LE Iscrizioni
Un corpus di epigrafi funerarie dipinte e graffite nelle catacombe ebraiche di Venosa:
lingue, ruoli comunitari e memorie familiari tra IV e VI secolo.
Contesto
Le iscrizioni funerarie di Venosa
Le catacombe ebraiche erano originariamente arricchite da numerose iscrizioni funerarie, molte delle quali sono purtroppo andate perdute. Attualmente a Venosa ne sono note circa ottanta, in gran parte frammentarie, dipinte o più raramente graffite sull’intonaco steso presso loculi e tombe pavimentali e, in diversi casi, dentro gli arcosoli. Sono invece oggi assenti, sebbene ne siano state rinvenute tracce, epigrafi su lastre di marmo: che sono frequenti, invece, nelle catacombe ebraiche romane, dalle quali gli ipogei venosini si differenziano, fra l’altro, per la datazione un po’ più tarda e per il maggior uso della lingua latina ed ebraica.
Nelle catacombe superiori i testi non sono anteriori al IV secolo. Fra le cariche comunitarie tenute in vita dai defunti di rango, appare la titolatura presente in tutta l’area mediterranea: con presbiteri, gerusiarchi, archisinagoghi e patres synagogae. Un epitaffio bilingue, greco-ebraico, ricorda un didáskalos, probabilmente un maestro della Torah, chiamato Iakobos (Giacobbe).
Lingue
Greco, latino ed ebraico
Osservando la disposizione delle epigrafi nel corridoio D, si rileva un maggior uso del greco nella parte iniziale e più antica del cunicolo, mentre il latino si riscontra soprattutto nel prolungamento scavato dopo l’intersezione con il corridoio G, dove fra gli arcosoli laterali – nei testi chiamati absidi – provvisti di epigrafi trovano maggior spazio il latino e anche l’ebraico. In un caso molto particolare, nell’epitaffio dell’anziano presbitero Secundinus, il testo appare in caratteri ebraici, ma in realtà è in greco. In latino è l’unica iscrizione datata della catacomba, l’epitaffio di Augusta, moglie di un vir laudabilis, un certo Bonus. La stessa Augusta, tuttavia, non era priva di un certo prestigio familiare: era infatti figlia di Isa, il patrono ebreo di Anchiasmos (Saranda), nei Balcani, mentre il nonno materno era Symon, pater degli ebrei di Lecce.
Famiglie
I Faustini e le aree D10 e D12
Di particolare importanza risultano le due aree funerarie D10 e D12, contenenti le sepolture dei membri di un’intera famiglia, i Faustini, e dei loro congiunti. Il fondatore e pater della dinastia, Faustinus I, risulta sepolto nell’abside D10 con un semplice epitaffio dipinto in rosso, in greco e con un’acclamazione finale in ebraico, shalom ‘al Yisrael (pace su Israele), amen.
La posizione di prestigio raggiunta dei Faustini ai vertici della comunità venosina, non solo ebraica, si apprezza in pieno scorrendo le epigrafi della sequenza di tombe posta nel vicino arcosolio D12, fra le quali spiccava, per particolare lunghezza e cura esecutiva, l’epitaffio di Faustina, purtroppo perduto. Ai funerali della fanciulla, quattordicenne e figlia unica, «pianta dalla città intera», presero parte – come sottolinea l’epitaffio – persino duo apostuli et duo rebbites, «due emissari e due rabbini», attestando quindi nella Venosa di VI secolo l’attività degli inviati in Occidente dalle accademie rabbiniche orientali.
L’ultima iscrizione della catacomba è forse quella sulla tomba, poco distante da quella di Faustina, dei due coniugi Gesua et Agnella: iscrizione anch’essa piuttosto elaborata, in cui si esibisce la discendenza da alcuni patres della comunità: Marcellus per Gesua, Faustinus e Sarmata per Agnella. Si tratta, tuttavia, di manifestazioni di nostalgia per un passato che forse già si sentiva non destinato a tornare. Da tempo ormai, dopo la cristianizzazione dell’Impero e la marginalizzazione delle minoranze religiose, nessun ebreo, né a Venosa né altrove, poteva più accedere a posizioni pubbliche o di prestigio.
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